IL GIALLO: MUORE UNA SUPERSPIA CON TANTI SEGRETI

Il giallo: muore una superspia con tanti segreti La procura della Repubblica apre una inchiesta

Uno dei più grossi personaggi del controspionaggio è morto lasciando dietro di sé una scia di misteri: caso Moro, caso Sofri, caso Dalla Chiesa, caso Mitrokhin. L’ultimo mistero è quello della sua morte avvenuta nella notte fra mercoledì e giovedì. Umberto Bonaventura, capo della prima divisione del Sismi, quella che si occupa del controspionaggio, era nato a Catania, e aveva 63 anni, ma dimostrava molto meno della sua età, dice il senatore Pellegrino, che lo ha conosciuto quando presiedeva la commissione parlamentare sul caso Moro. Viveva solo a Trastevere, nella parte meno «nobile» quella dei palazzi moderni da quattro piani in su, dove si vive in modo più anonimo. Ogni mattina alle 7,45 un autista del Sismi lo andava a prelevare in via Bezzi per portarlo al suo ufficio a Forte Braschi. La sua sveglia suonava sempre alle 6,30 e svegliava gli inquilini del piano di sopra. Lui la metteva subito a tacere e loro poteva riprendere il sonno. Ieri mattina il suono della sveglia è durato a lungo finché la carica non si è esaurita. Un altro ufficiale del Sismi aspettava ogni giorno per la strada l’auto del colonnello Bonaventura per essere portato in ufficio. Alle 8,15 visto che il colonnello non arrivava lo ha chiamato sul telefono di casa e sul cellulare ma non ha avuto risposta. Allora è andato a piedi in Via Bezzi e ha trovato l’autista ancora lì in attesa che il dottor Bonaventura scendesse. I due sono saliti insieme al secondo piano e hanno bussato alla casa del colonnello: poi, hanno provato ad entrare col doppione delle chiavi di cui era in possesso l’autista. La porta era bloccata da un fermo interno. Lo hanno rimosso e sono entrati. Il colonnello era disteso a terra, in pigiama a fianco del letto. Era morto. La cornetta del telefono era alzata, segno che aveva tentato di chiamare qualcuno di dare l’allarme. Poco dopo la casa si è riempita di carabinieri. Al portiere che cercava di capire la ragione di tutto quel movimento è stato detto che era stato compiuto un furto. La verità è cominciata presto a circolare e sono arrivati i giornalisti. Alle loro domande il colonnello Gianfranco Cavallo che comanda il nucleo operativo dei carabinieri ha risposto così: «E’ morte naturale al cento per cento. Lo garantisco io. E’ stato un ictus». Naturalmente la procura della repubblica non si è accontentata del provvisorio reperto di morte naturale e ha ordinato l’autopsia. Quanto meno bisognerà accertare che il dottor Umberto Bonaventura non sia stato avvelenato o soffocato con quei mezzi ingegnosi che si usano nelle guerre di spie. Il colonnello non aveva mai avuto problemi di salute ma l’altro ieri, dicono i carabinieri, aveva sofferto di un forte mal di testa. Ancora misteri? Almeno una cosa sembra certa: questa nuova morte misteriosa non può essere attribuita all’epidemia di «suicidi» che da quaranta anni affligge i nostri servizi segreti. Le vittime avevano tutte incarichi importanti: Renzo Rocca era capo dell’ufficio economico del Sifar che dava soldi ai fascisti, Il generale Antonino Anzà dirigeva un servizio del Sid e aspirava alla nomina a capo di stato maggiore dell’esercito; Mario Ferraro era un colonnello del Sismi. Può rientrare nella casistica anche la morte per impiccagione del super-esperto informatico Michele Landi, che collaborava per i servizi segreti: ma la tesi del suicidio è durata poco e ora s’indaga per omicidio. I misteri più oscuri nel passato del colonnello Bonaventura erano quelli del caso Moro. Era stato il braccio destro del generale dalla Chiesa per il quale aveva un’ammirazione sconfinata, tanto che non esitò a fare un clamoroso strappo alle regole quando i carabinieri della divisione Pastrengo scoprirono il covo delle brigate rosse in via Montenevoso a Milano. Era il primo ottobre 1978. La perquisizione nel covo dette risultati clamorosi: furono trovati testi scritti da Moro durante il sequestro e di cui non si era mai avuta conoscenza. Il colonnello Bonaventura li portò fuori dall’appartamento delle Br, li fece riprodurre e consegnò le fotocopie al generale Dalla Chiesa. Poi riportò gli originali nel covo, e, fatti compilare i verbali, finalmente avvertì il magistrato. Quando fu interrogato dalla commissione Moro raccontò la verità, o almeno una parte della verità, visto che dodici anni dopo, nel 1990, nello stesso appartamento gli operai di una ditta di restauro trovarono dietro un tramezzo altri manoscritti originali di Moro. Chi ce l’aveva messi? Il dottor Bonaventura dette a quello strano caso la poco credibile spiegazione che non era stata fatta bene la perquisizione nel 1978. Ancora oggi nessuno sa con certezza quali documenti ebbe realmente in mano il generale Dalla Chiesa, e se la sua uccisione per mano della mafia abbia qualche rapporto con i contenuti di quelle carte. Un altro aspetto che ha suscitato interrogativi sul lavoro svolto dal dottor Bonaventura quando era alla guida dei carabinieri di Milano è la gestione del caso Sofri. Leonardo Marino, il pentito che accusò Sofri, Bompressi e Pietrostefani dell’omicidio Calabresi ebbe modo per due settimane di edificare il suo castello di accuse, senza che il sostituto procuratore che si occupava del caso Calabresi ne sapesse nulla. Il dossier MitrokhinDopo aver assunto la direzione della prima divisione del Sismi, il colonnello Bonaventura si è occupato anche del dossier Mitrokhin, trasmesso al Sismi dai servizi segreti inglesi. Le informazioni, provenienti da appunti presi da un archivista del Kgb, riguardano l’attività dello spionaggio segreto sovietico in Italia. Né i servizi segreti inglesi né il Sismi sono stati in grado di dare una valutazione seria sull’attendibilità del dossier che si estende su un arco di tempo di quarant’anni ma presenta vuoti enormi. In più c’è una grande approssimazione nell’analisi della situazione italiana negli anni Settanta: gran parte delle notizie sembrano trascritte dai nostri giornali piuttosto che dai rapporti dello spionaggio russo che certamente erano più informati. La destra ne ha fatto una speculazione politica tanto da promuovere un’inchiesta parlamentare. Il colonnello Bonaventura doveva presentarsi nei prossimi giorni davanti alla commissione parlamentare dalla quale era stato già interrogato. Gustavo Selva, che di quella commissione è presidente, ha detto che «il colonnello era un testimone prezioso». Se poi lo fosse davvero non lo sappiamo. Almeno una cosa è certa: gli analisti del Sismi non hanno preso molto sul serio il dossier Mitrokhin.

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