CHI ERA DAVVERO PARIDE MORI : UN REPUBBLICHINO AGLI ORDINI DEI NAZISTI CHE SI VUOLE FAR DIVENTARE EROE DELLA PATRIA

In una maniera o nell’altra, in un’occasione o nell’altra, da anni si cerca di riabilitare e nobilitare la figura del bersagliere repubblichino Paride Mori, che combattè dopo l’8 settembre 1943 nei territori orientali attorno a Gorizia. Una zona, ricordiamolo, che era di fatto annessa al Reich, in quanto faceva parte dell’Adriatisches Kusterland (Litorale adriatico), alle dipendenze dirette del Gauleiter della Carinzia Friedrich Reiner, e in cui agiva, a capo delle SS, il generale Globocnick, nominato direttamente da Himmler. Globocnik, che aveva organizzato la costruzione dei campi di Belzec, Treblinka e Sobibor, fece costrure il campo triestino della Risiera di San Sabba. Paride Mori dopo l’8 settembre si era arruolato nel I Battaglione Volontari B. Mussolini, accampato in un primo tempo a Verona nella sede dell’8° bersaglieri e poi trasferito nella zona orientale, sotto l’egida delle Waffen SS. Paride Mori era diventato Comandante della 3a Compagnia del Battaglione Bersaglieri che, secondo l’agiografia neofascista, fu «strenuamente impegnato dall’ottobre 1943 all’aprile 1945 nella difesa dei confini orientali d’Italia minacciati dai partigiani di Tito». Nella media valle Isonzo e nella valle Baccia aveva il compito di tenere la linea ferroviaria Gorizia-Piedicolle e di presidiare Santa Lucia d’Isonzo e Tolmino. Dice sempre l’agiografia neofascista che «il battaglione adempi egregiamente ai suoi compiti resistendo alle operazioni nemiche di annientamento […] oltre allo stillicidio di 19 mesi di continue azioni di guerriglia, imboscate, attacchi repentini, attentati». Chi era il “nemico”? Erano i partigiani del IX Korpus sloveno, a cui si era unita, per un accordo con il comando delle Garibaldi in Italia, la Brigata Garibaldi Trieste. Nella stessa zona operò invece anche la X Mas, che si dedicò a rastrellamenti e incendi di villaggi, operazioni a cui partecipò una parte dei bersaglieri. In uno scontro con i “nemici”, quindi, ossia i partigiani, fu ucciso Paride Mori il 18 febbraio 1944 in alta Val Baccia (Baška grapa), oggi territorio sloveno. Secondo le parole degli attuali revisionisti storici, «venne proditoriamente massacrato dai partigiani rossi».

E vediamo la storia recente di questi tentativi di riabilitazione.
Nel giugno 2010 nel suo paese nativo, Traversatolo (Parma), fu posizionata la targa “Via Paride Mori, capitano dei bersaglieri”, attuando una delibera del 2003, proposta dal consigliere di minoranza di La Destra Alberto Zanettini. Il fatto suscitò l’attenzione di Marco Minardi, direttore dell’Istituto storico della Resistenza di Parma, che scrisse una lettera al giornale locale chiarendo chi era Paride Mori: «Il capitano Mori apparteneva al Battaglione «Mussolini», reparto di volontari sotto comando della polizia tedesca (SS) schierato nei territori del Adriatisches Küstenland. Non si tratta, in questo caso, di un giovane diciottenne finito inconsapevolmente tra le fila fasciste, ma di un uomo di quarantadue anni ben consapevole della scelta fatta. Difficile quindi comprendere dove stanno le ragioni che lo hanno reso meritevole dell’intitolazione, mentre in quegli stessi mesi gran parte dei militari italiani erano rinchiusi nei campi di internamento in Germania per aver rifiutato l’arruolamento nei reparti della neonata Repubblica sociale italiana». Il sindaco di Traversatolo, Alberto Pazzoni, si difese un po’ goffamente dicendo che non sapeva di chi si trattasse e ammise che si era compiuta «una leggerezza». In effetti, il 15 luglio il Consiglio comunale deliberò la cancellazione dell’intitolazione. Chi l’aveva proposta ribatté che il sindaco in realtà sapeva benissimo di chi si trattava; che anzi, pensava di fare opera di “conciliazione”, benché, come aveva dichiarato, il Mori fosse caduto “dalla parte sbagliata”. Nel 2013 lo stesso Alberto Zanettini, un mobiliere dedito al culto del suo compaesano, dette alle stampe la biografia definitiva: “Paride Mori, capitano dei bersaglieri”, un testo agiografico di più di trecento pagine.

Scorrendo qua e là le recensioni suscitate dal libro, si capisce dove si vuole andare a parare. Si tratta di un revisionismo storico a 360 gradi. La “parte sbagliata”, diventa sic et simpliciter la parte giusta, quella di chi è caduto per difendere i “sacri confini orientali della Patria” contro i barbari slavi. Carlo Cesare Montani, ad esempio, afferma che «l’ultima difesa della Venezia Giulia, con particolare riguardo a quelle di Gorizia e della Valle dell’Isonzo, da parte dei gloriosi Bersaglieri del Battaglione “M” è una realtà storica d’eccezione, tanto da potersi assimilare a quella delle Termopili». Nel più compiuto razzismo antislavo, i repubblichini alleati dei nazisti diventano gli Spartani comandati da Leonida che difendono la civiltà occidentale dall’invasione dei Persiani orientali. In una presentazione del libro di Zanettini fatta il 1 Marzo 2014 alla Casa Militare Umberto I di Turate, in collaborazione con il Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia, invece, si parla degli «Eroici Bersaglieri sacrificatisi per la Patria ed ignorati dalle Istituzioni». In questa occasione salgono alla ribalta anche i figli di Mori, Renato e Bruno, che affermano: ««Grazie alle ricerche di Zanettini abbiamo saputo dove è sepolto nostro padre. Ci dissero che il corpo era disperso. Invece oggi sappiamo dove portare un fiore»: nel Sacrario dei Caduti di Oltremare di Bari, dove sono sepolti i resti di 75.000 italiani «caduti in difesa della patria». E dove quindi, osserviamo noi, l’equiparazione fra partigiani e repubblichini chiesta da qualcuno è già un dato di fatto. Secondo la cronaca della serata, durante la commemorazione, i figli di Mori «raccontano al pubblico presente la storia di un padre attento a trasmettere i valori della Patria e della disciplina». E continuano: «Nostro padre fu ucciso due volte. La sua città natale disse che aveva combattuto dalla parte sbagliata. In realtà si trattò di volontariato civile, fede, amore patrio a costo della vita terrena». Ci sembra che il revisionismo storico sia al suo punto massimo, e sfiori il ridicolo con la guerra antipartigiana trasformata in «volontariato civile».
Ma a questo punto il terreno è preparato per arrivare al febbraio 2015. Il 15 febbraio un articolo di Repubblica, redazione di Bologna, mette alla luce un fatto che era passato inosservato. Il 10 febbraio a Roma a Montecitorio, nel corso delle celebrazioni per la “Giornata del Ricordo”, a Paride Mori era stata conferita una medaglia «in riconoscimento del sacrificio offerto per la Patria». La medaglia era stata consegnata personalmente da Delrio (già sindaco di Reggio Emilia, medaglia d’oro della Resistenza) nelle mani dei figli Renato e Bruno. I quali avevano poi dichiarato che, a questo punto, speravano che anche la via a lui dedicata a Traversatolo sarebbe stata ripristinata. La rivelazione giornalistica aveva suscitato una bagarre. I giornali, oltretutto, facevano notare che non si capiva perché fosse stata data una medaglia a Mori nel giorno delle foibe, dato che in questo caso le foibe non c’entravano per niente. Semmai, ricorrevano 71 anni esatti dalla morte dell’ufficiale repubblichino. A questo punto «sembra che anche il Governo sia stato colto alla sprovvista sulle ragioni e le dinamiche del fatto» scrive Huffigton Post. La Boldrini si smarca emettendo un comunicato in cui dichiara: «La Presidente della Camera non ha dato alcun premio alla memoria del repubblichino Paride Mori, né ha in alcun modo concorso ad individuare il suo nome tra quelli meritevoli di onoreficenza. L’individuazione dei soggetti cui attribuire le medaglie spetta infatti ad una commissione istituita presso la Presidenza del Consiglio, che le ha consegnate durante uno specifico incontro che la Camera ha ospitato nella sala Aldo Moro, a margine della cerimonia per la Giornata del Ricordo svoltasi nella Sala della Regina alla presenza del Presidente della Repubblica e con la partecipazione della Presidente Boldrini». Il Presidente della Repubblica e la Bodrini, quindi, si trovavano nella sala della Regina, mentre Delrio consegnava le medaglie nella sala accanto. Una cosa si era svolta “a margine” dell’altra. La patata bollente rimane nelle mani di Delrio e della Presidenza del Consiglio. Ma le sempre citate “fonti del governo” aggiungono: «E’ stato dato mandato per un approfondimento e nei prossimi giorni verrà ripresa in mano l’istruttoria ed esaminata», sottolineando che il nome di Paride Mori non è frutto solo di Palazzo Chigi, essendo stato individuato da una commissione tecnica costituita da 10 membri, tra i quali uno solo è della Presidenza del Consiglio. Si assicura che si è disponibili a fare una marcia indietro. Cosa che auspica in una dichiarazione anche il sindaco di Traversatolo: l’errore è già stato fastto una volta e rimediato: si segua il suo sempio. Ma chi siano coloro che hanno poposto il nome, e con quali motivazioni, per ora non si sa. I figli di Paride Mori, in risposta, affermano che l’eroismo del loro padre non ha bisogno di quella medaglia per essere confermato. E prendono invece l’occasione per ringraziare il Sindaco di Trieste Roberto Cosolini, perché il 27 ottobre 2014, in occasione del sessantesimo anniversario del ritorno all’Italia (“ultima redenzione”, 26 ottobre 1954) avevano «onorato la memoria dell’Ottavo Reggimento Bersaglieri con il conferimento della cittadinanza onoraria». In questo discorso l’8° Reggimento di prima di Salò, di Salò e dell’Italia repubblicana è un tutt’uno. Gli erdei Mori infatti ribadiscono che «i Bersaglieri Volontari [= di Salò] ebbero un ruolo fondamentale, distinguendosi per indomito valore e per la capacità di fronteggiare il nemico [=i partigiani], costringendolo a segnare il passo fino al termine delle operazioni militari nell’aprile del 1945 [notoriamente giorno di lutto per i nostalgici dei repubblichini]» «E’ un buon motivo in più» continuano «per onorarli e per additare il loro esempio, soprattutto ai giovani, perché, come è stato detto, un popolo senza memoria, e quindi senza coscienza, sarebbe un popolo senza futuro»
Quest’ultima frase, detta dai figli dell’ufficiale repubblichino, ci lascia interdetti, E’ una citazione dello scrittore antifascista cileno, esule dal suo paese, Luis Sepulveda, che faceva parte della guardia personale del Presidente cileno Salvador Allende, e che dopo il colpo di stato era stato arrestato e torturato. Viene ripetuta spesso nelle manifestazioni antifasciste.
Il suo uso in questa circostanza ci dà il senso di quel rovesciamento della realtà che corrisponde al nome di revisionismo storico.

paride

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